Attacco di panico: cosa sono, come curarli.

Durante la pandemia Covid-19 si è verificato un aumento dell’uso di ansiolitici del 12% rispetto all’anno precedente (2019). L’ AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) rileva che il picco di consumo si è riscontrata durante la così detta fase 2 dell’epidemia. Infatti, come rivela la ricerca condotta dall’Università Cattolica di Roma il clima di incertezza e preoccupazione, la paura del contagio e l’isolamento sociale protratti nel tempo hanno influito negativamente sul benessere psicofisico. In questi ultimi mesi, infatti, si è assistito ad un acutizzarsi dei Disturbi di ansia già preesistenti e ad un aumento dell’insorgenza di nuovi nella popolazione generale.
Il più frequente e conosciuto sintomo ansioso è l’attacco di panico.

Cos’è l’attacco di panico

L’attacco di panico si caratterizza per uno specifico vissuto di paura, di intenso disagio che raggiunge il suo picco massimo in pochi minuti. Può avvenire in maniera improvvisa partendo da uno stato di tranquillità oppure emergere inaspettato da uno stato già in partenza ansioso. Inoltre, gli attacchi di panico si distinguono in:

  • attesi: dipendenti dalla presenza evidente di un elemento scatenante (trigger);
  • inaspettati: in cui non si rintraccia alcuna evidenza di trigger nella situazione in cui essi si verificano.

Anche se l’attacco di panico è il più comune disturbo d’ansia esso può essere presente anche nei Disturbi depressivi, nel Disturbo ossessivo-compulsivo, nel Disturbo post-traumatico da stress e nel Disturbo da uso di sostanze.

Per definire l’esperienza da attacco di panico secondo il DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) si devono presentare contemporaneamente almeno 4 dei sintomi qui sotto riportati:

Sintomi fisici dell’attacco di panico

Sensazioni ed evidenze fisiche dell’attacco di panico sono le seguenti:

  • Palpitazioni
  • Sudorazione
  • Tremori
  • Dispnea o “fame d’aria”
  • Sensazione di asfissia
  • Dolore o fastidio al petto
  • Nausea
  • Sensazioni di vertigini o svenimento
  • Brividi o vampate di calore
  • Sensazioni di torpore o formicolio (parestesie)
  • Sensazione di irrealtà (Derealizzazione) oppure Sensazione di essere distaccati da se stessi (Depersonalizzazione)

Sintomi cognitivi dell’attacco di panico

I tipici pensieri che insorgono durante un’attacco di panico sono:

  • Paura di perdere il controllo o “di impazzire”
  • Paura di morire

Quando l’inaspettato Attacco di panico (Adp) è ricorrente, seguito per almeno un mese da evitamento e/o dalla paura di riaverlo allora si parla del Disturbo di panico (assicurandosi che l’Adp non sia attribuibile né ad un altro disturbo mentale, né ad una specifica condizione medica.

Il Disturbo di panico: dalla solitudine alla paura

La paura che si prova durante l’attacco di panico e la paura che possa verificarsi di nuovo (la così detta “paura della paura”), per cui si cercano di evitare ambienti e situazioni che si ritengono innescare il panico, sono stati il centro gravitazionale dell’interpretazione eziologica e del trattamento psicoterapeutico per molti anni.
Gianni Francesetti con Antonio Alcaro e Michele Settanni, tuttavia, in un loro recente articolo (Panic disorder: attack of fear or acute attack of solitude?), mettono in discussione l’approccio che vede la paura come causa principale del disturbo di panico. Infatti, la meta-analisi di numerose ricerche sottolineerebbe come le terapie che abbracciano questa visione (basate sulla desensibilizzazione sistematica) non raggiungano risultati significativamente efficaci sul lungo periodo.
I tre autori, propongono una comprensione alternativa del Disturbo di panico: questo non sarebbe una risposta esagerata e incontrollata di paura, ma piuttosto “un acuto attacco di solitudine“.

Qual è la causa del disturbo di panico?

Francesetti utilizzando il metodo fenomenologico-gestaltico (per saperne di più) ricostruisce in modo puntuale l’esperienza di chi soffre di Disturbo di panico. L’esordio e l’evoluzione dell’attacco di panico vengono così descritti in 3 passaggi.

  1. Esperienza di morire o di impazzire percepita come malessere fisico (sintomi fisici);
  2. Paura di morire o di diventare folle (sintomi cognitivi);
  3. Paura che una volta terminato l’episodio, possa ricapitare (la paura della paura che dà luogo all’evitamento).

Ma quale esperienza provoca una simile risposta? Quando si percepisce la mancanza di quei legami affettivi significativi e di sostegno nell’affrontare un ambiente nuovo, privo di relazioni e senso di appartenenza: insomma, quando ci si sente soli, estranei, esposti.

L’esordio dell’attacco di panico avviene, dunque, quando il corpo somatizza il vissuto di solitudine (solitudine che non è riconosciuta, anzi per lo più negata dalla persona) e solo successivamente evolve nell’emozione della paura che essendo però riconoscibile e pervasiva copre il reale bisogno: non essere soli.

D’altra parte la tesi dell’ “attacco di solitudine” trova sostegno anche nelle recenti ricerche delle Neuroscienze Affettive, campo di studi inaugurato dal neuroscienziato Panksepp. Negli esperimenti sui mammiferi, infatti, si è visto che quando il soggetto percepisce un pericolo, si attiva uno specifico percorso neurofisiologico, il sistema emotivo della Paura; mentre quando il soggetto viene separato ed isolato dal suo contesto relazionale ed affettivo si attiva un altro percorso cerebrale: il sistema emotivo di Panico/Lutto dovuto all’angoscia di separazione. Infatti, proprio quest’ultimo, e non quello della Paura, spiegherebbe molti dei sintomi del Disturbo di panico.

Inoltre, seguendo questa traiettoria, si comprenderebbe anche il motivo per cui il picco di ansia durante la pandemia non si è avuto all’inizio, ma solo nella seconda fase. Il vissuto di estraneità (abitudini personali e sociali sconvolte) ed il senso di esposizione (al contagio, alla perdita del lavoro, etc.) a causa dell’isolamento sociale (così come della perdita di persone care), non hanno trovato quel terreno relazionale ed affettivo sicuro indispensabile per poter essere attraversati, hanno invece generato, come ci dice l’AIFA, il progressivo aumento di consumo di ansiolitici.

Il trattamento psicoterapeutico

Di solito la persona con Disturbo di panico si rivolge ad uno/a psicoterapeuta quasi sempre molto tempo dopo il primo Attacco di panico ed è in genere una persona molto autonoma, abituata a sapersela sbrigare da sé. Solo quando l’ansia rende lo spazio della sua vita quotidiana così stretto da non potersi quasi muovere decide di chiedere aiuto.
Lavorare sul riconoscimento delle emozioni, raggiungere la consapevolezza personale e ricostruire la propria biografia affettiva sono percorsi da intraprendere durante quel viaggio avventuroso che è la terapia. Così è nella vita: l’altro è significativo perché è ponte in quei passaggi di vita che implicano l’inevitabile accesso a paesaggi sconosciuti.

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